STUDIO LEGALE
SCAFETTA

Separazione fra le “sbarre”

separato in prigione
di Annalisa Reale

Desirè ha 8 anni, i suoi genitori si sono separati sei anni fa ed il papà, per problemi economici, ha trascorso un periodo della sua vita in carcere.

All’epoca Desirè aveva appena compiuto quattro anni, il padre scalpitava per poterla vedere e poiché la coppia non ha affidato la gestione della propria separazione a nessun avvocato, la madre di Desirè si è trovata difronte ad una scelta: “È giusto esporre una bambina di quattro anni ad una realtà come il carcere?”, “A quali tipi di conseguenze emotive potrebbe incorrere?”.

Premesso che ogni coppia ha il dovere morale di proteggere la propria prole da situazioni traumatiche, o potenzialmente tali, il consiglio primario è quello di affidare la gestione della propria separazione ad un equipe di professioni (avvocati, psicologi, mediatori familiari) che possano guidare e supportare la coppia durante le varie fasi della separazione.

Il carcere è, per definizione, un ambiente traumatico per chi lo vive in prima persona e per i familiari dei carcerati stessi; l’obiettivo di tali visite è garantire una continuità relazione fra genitore e figlio/a/i. In letteratura non esistono dati che impediscano rigorosamente di esporre un bambino, seppur molto piccolo, a visitare il genitore carcerario; poiché, in presenza di fattori di protezione, risulta minore la stabilizzazione di un trauma.

Per fattori di protezione intendiamo: un valido supporto psicologico e psicoterapeutico nel periodo che anticipa, segue e posticipa le visite in carcere; la presenza di una “rete” composta dalla famiglia allargata, dalla scuola e dalle amicizie in grado di rispondere alle domande poste dal bambino e di contenere le possibili conseguenze emotive, spesso manifestate sotto forma di regressioni (enuresi notturna, pavor notturno).

Infine, risulta necessario accertarsi che esista un valido supporto materno caratterizzato da un atteggiamento pedagogico non invalidante nei confronti del genitore carcerario; un atteggiamento invalidante, infatti, si dimostrerebbe poco funzionale al benessere psicologico del bambino.

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