STUDIO LEGALE
SCAFETTA

Vincolo Istat edilizia convenzionata

Il Tempo intervista l'avv. Scafetta sulla vicenda del diritto di superficie a Roma.

vincolo istat edilizia popolare

Diritto immobiliare

Oltre 1.800 famiglie bloccate in un limbo che rischia di costar loro decine di migliaia di euro a testa. Almeno 200.000 nuclei che potrebbero, potenzialmente, trovarsi nella stessa situazione.

Una specie di bomba a orologeria che pende su un quinto dei cittadini romani. In mezzo una storia fatta di rogiti in stand-by, compravendite mai portate a termine, sentenze contrastanti, atti pubblici in ritardo.

E pensare che basterebbe una firma per risolvere tutti i problemi, una delibera approvata dal commissario Francesco Paolo Tronca e mai resa operativa.

Onere che a questo punto competerà al neo-assessore all’Urbanistica, Paolo Berdini.

La vicenda è quella dei P.E.E.P, i “piani di edilizia economica popolare”, introdotti nel 1971 per favorire la sistemazione delle famiglie – moltissime, all’epoca – che non potevano permettersi di acquistare un’abitazione o che non trovavano casa in affitto.

In estrema sintesi, con questo sistema il Comune cedeva ai costruttori il diritto di superficie di terreni di sua proprietà, al fine di realizzare degli alloggi da destinare “ai ceti meno abbienti”.

Con la liberalizzazione del 1992, è stata introdotta una norma che dava la possibilità ai concessionari di “alienare” i propri immobili passati cinque anni dall’assegnazione o comunque dall’acquisto.

In sintesi, la famiglia che abitava nell’appartamento in questione poteva venderlo trascorso un lustro, vincolo valido per il primo trasferimento.

Su tali vendite, tuttavia, pensava un vincolo, quello del “valore Istat”, da sempre di gran lunga inferiore al prezzo di mercato.

Un sistema utilizzato, probabilmente, affinché fungesse da calmiere per evitare bolle speculative sul mattone.

Con la legge 448/1998 (comma 49 bis) questo vincolo viene definitivamente a cadere, obbligando però i singoli Comuni a rimuoverlo con proprio atto, condizione ribadita anche con la legge 103/2011 (integrante la 448/1998).

Qui nascono i problemi. Perché Roma Capitale, invece di provvedere alla rimozione con un atto veloce e indolore, ha per anni ignorato tale evidenza, appellandosi ad una interpretazione a su giudizio “ondivaga” della normativa, consentendo che gli alloggi fossero venduti o locati a prezzi liberi, ritenendo che i vincoli contenuti nelle convenzioni stipulate con il Comune decadessero automaticamente trascorsi 5 anni dall’assegnazione dell’immobile al primo proprietario.

I nodi vengono al pettine il 15 settembre 2015, quando è intervenuta la sentenza 18135 della Corte di Cassazione a Sezioni Unite, che ha ribadito il concetto: deve essere Roma Capitale a rimuovere il vincolo, altrimenti si vende a prezzo determinato dall’Istat.

La sentenza, che ha fatto il giro dei notai capitolini, non poteva restare ignorata.

Centinaia di famiglie – alla fine se ne contano quasi 2.000 – si sono ritrovate con i rogiti bloccati o impugnati, in quanto stavano per vendere abitazioni del prezzo di mercato di 250-300mila euro a circa 70-80mila euro.

Non solo, ma come accade spesso in questi casi, si vende per comprare: ad oggi ci sono centinaia caparre da 30-40mila euro trattenute dalle agenzie che rischiano di essere perse dagli acquirenti.

Un disastro. Arriviamo così al 2016.

Su pressione dei concessionari-proprietari, che si sono riuniti in comitati, lo scorso 6 maggio il commissario straordinario del Campidoglio, Francesco Paolo Tronca, ha finalmente firmato la delibera 40 con la quale rimuove il vincolo. Tutto risolto? Ancora no.

Il provvedimento, infatti, non è stato ancora reso esecutivo, in quanto l’ex prefetto di Milano ha preferito lasciare l’ultima palla alla nuova amministrazione.

ei giorni scorsi, a quasi 1 anni dalla sentenza della Cassazione, il neo-assessore Berdini ha incontrato una delegazione delle famiglie, assicurando che “studierò attentamente la materia”.

Risposta che non ha soddisfatto del tutto i legale delle famiglie.

L’avvocato Michela Scafetta, che segue da vicino la questione e rappresenta decine di nuclei coinvolti, ha inviato il 13 luglio scorso una diffida al neo-sindaco Virginia Raggi, annunciando richieste di risarcimento danni.

“Non si capisce – tuona Scafetta – per quale motivo il Comune della capitale d’Italia, in 9 mesi, non sia riuscito ad organizzarsi almeno per gestire le pratiche davvero urgenti, considerando l’assoluta buona fede dei cittadini coinvolti e, cosa di non poco conto, il fatto che l’origine di tale situazione parta proprio da, nella migliore delle ipotesi, errori interpretativi proprio del Comune stesso, se non da gravi negligenze”.

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