STUDIO LEGALE
SCAFETTA

Maltrattamenti in famiglia. La Cassazione conferma: per integrare il reato è necessario che la violenza sia abituale

Maltrattamenti in famiglia

Si può essere condannati per il reato di maltrattamenti in famiglia solo se la condotta è abituale e reiterata.

Non è sufficiente un litigio violento o che il coniuge e i figli siano vittima di lesioni, ingiurie o minacce lievi.

La Cassazione torna a pronunciarsi su una delle tante sfaccettature dellaviolenza domestica attraverso il parametro della abitualità.

Abitualità che deve essere costituita daprove certe, e il caso isolato, sostengono i giudici, di certo non può essere equiparato a un comportamento ripetuto.

Con la pronuncia n.40936/2017, la Sesta sezione della Suprema Corte ha annullato con rinvio lasentenza della Corte d’Appello di Ancona nei confronti di un padre di famiglia.

I giudici di secondo grado del capoluogo marchigiano avevano confermato la condanna dell’uomo, accusato di maltrattamenti verso la moglie e i figli, lesioni personali in danno della consorte e resistenza elesioni commessi verso alcuni uomini delle forze dell’ordine, intervenuti presso l'abitazione della famiglia per sedare una lite in corso.

L’uomo aveva fatto ricorso in Cassazione contestando tutti i punti della sentenza, e in particolare la sussistenza del reato di maltrattamenti.

E solo suquest’ultimo punto gli ermellini gli hanno dato ragione, poiché la moglie dell’accusato si sarebbe rivolta alle forze dell’ordine il giorno successivo all’ultimo litigio, presentando querela per quel comportamento violento.

Ma la denuncia di quell’episodio, con tanto di lesioni accertate, e gli elementi contenuti nelle pronunce di primo e secondo grado, non sono bastate a far emergere una condotta abitualmente violenta del padre di famiglia.Un caso quello di Ancona, che ha chiarito non solo la differenza di giudizio tra litigi o episodi di violenza isolati e maltrattamenti reiterati, ma che ha tracciato un’ulteriore linea di demarcazione tra lesioni personali e percosse.

La Suprema Corte infatti ha rigettato il ricorso dell’imputato, convinto di essere colpevole nei confronti della moglie solo del reato di percosse e non di ingiurie perché dalla violenza dell’uomo non era stata causata alcuna malattia alla donna.

Una convinzione smontata dai giudici del Palazzaccio: giudicando infondata la tesi del padre di famiglia, la Cassazione ha infatti sottolineato che “basta anche un solo giorno di prognosi” a configurare una malattia e a determinare il reato di lesioni.

Per integrare il reato di maltrattamenti in famiglia, invece, ha stabilito il Collegio, la condottaviolenta deve essere necessariamente ripetuta.

Insomma, devono esservi una serie di elementi e diprove che dimostrano una sistematicità nelle condotte vessatorie.

Del resto, ha affermato la Cassazione in una precedente e importante sentenza, la n.22850 (Terza sezione, 16 maggio 2007), “il reato di maltrattamenti in famiglia configura una ipotesi di reato necessariamente abituale, costituito da una serie di fatti, per lo più commissivi, ma anche omissivi, i quali acquistano rilevanza penale per la loro reiterazione nel tempo. Fatti singolarmente lesivi dell’integrità fisica o psichica del soggetto passivo, i quali non sempre, singolarmente considerati, configurano ipotesi di reato, ma valutati nel loro complesso devono integrare, per la configurabilità dei maltrattamenti, una condotta di sopraffazione sistematica e programmata, tale da rendere la convivenza particolarmente dolorosa”.

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