
Succede vicino a Napoli, a Gragnano: un ragazzino di 13 anni, fragile e vulnerabile, vittima di bullismo digitale — una tempesta di insulti e minacce in chat culminata in una frase letale: “ucciditi”. A. era stato lasciato solo, senza difese né ascolto, e si è tolto la vita. Sei coetanei, almeno quattro minorenni, sono oggi indagati per istigazione al suicidio.
Ma la vera domanda è: dove eravamo, noi?
Non è più accettabile banalizzare dicendo “è bullismo”. La verità è che abbiamo trasformato la crescita dei nostri figli in una gara ossessiva di popolarità, dove conta solo apparire, accumulare like, scalare classifiche invisibili. E chi non tiene il passo diventa bersaglio.
A questo si somma un altro problema: il bombardamento culturale. Anime e cartoni giapponesi, spesso carichi di violenza nuda e cruda, di battaglie dove l’altro è solo un nemico da annientare, creano nei più giovani un modello tossico. Per ore i ragazzi assorbono immagini in cui la forza coincide con la sopraffazione, dove l’empatia non esiste e il sangue o la morte non fanno più paura. Non stupiamoci, allora, se crescono convinti che la vita altrui valga meno di un videogioco.
Anime ferite, branchi violenti
Il meccanismo è sempre lo stesso: l’online disinhibition effect rende facile dire ciò che non diresti mai in faccia; la disattivazione morale giustifica l’insulto (“è solo una battuta”, “se l’è cercata”). Così nascono i branchi che ridono mentre un compagno si spegne.
Ma il punto più grave è che in questa palude culturale stiamo lasciando scivolare le anime dei nostri ragazzi: fragili, confuse, rese cieche da modelli di violenza che spacciano crudeltà per intrattenimento.
Il conto lo pagano tutti
Le ricerche lo confermano: il cyberbullismo aumenta depressione, ansia, isolamento, pensieri suicidari. Non solo nelle vittime, ma anche in chi aggredisce. In Italia, nel 2023, oltre un terzo degli adolescenti ha subìto vessazioni online. Non sono “ragazzate”: sono colpi all’anima.
Serve una ribellione culturale
Non una legge in più, ma una rivoluzione:
- Scuola: educazione digitale ed emotiva, non come attività opzionale ma come parte del percorso formativo.
- Famiglie: meno ossessione per i voti, più ascolto delle emozioni.
- Media: basta normalizzare violenza e sopraffazione come se fossero intrattenimento innocuo.
- Piattaforme: responsabilità concreta, strumenti che limitino il branco e proteggano chi è fragile.
A. non doveva restare solo
Fra pochi giorni si torna a scuola. Non mandate i vostri figli in guerra. Non chiedete loro medaglie di like o record di popolarità, se poi non trovate il tempo di chiedere: “Come stai davvero?”
Riposa in pace, A.
Che la terra ti sia lieve.
Che la tua storia ci costringa, finalmente, a guardare negli occhi le anime dei nostri ragazzi



Povero ragazzino non ce l’ha fatta piu’, a sopportare il peso di quello che gli dicevano. Istigazione al suicidio vuol dire essere pressante e constantemente questo ragazzino veniva bersagliato. Da fare da cornice a tutto questo una societa’ cinica, che pensa troppo ad apparire e a non essere. L’aggravante che nonostante fosse tutto pubblicato tramite i social nessuno e’ intervenuto: perche’ oggi A poteva essere ancora vivo!. Alla famiglia nessuno mai potra’ fare in modo di colmare quel dolore e l’assenza per la perdita di un figlio.