STUDIO LEGALE
SCAFETTA

Non sono sufficienti parole inadeguate per parlare di offesa di rilevanza penale al superiore gerarchico

Offesa al superiore gerarchico
di Michela Scafetta

Non integrano offesa di rilevanza penale le esternazioni rivolte al superiore, seppur non consone, che in considerazione del contesto e del tipo di parole utilizzate risultano di per sé non eccessive.

Così, il Tribunale Militare ha motivato la sentenza che vedeva imputato per insubordinazione con ingiuria aggravata un Militare che con toni “vivaci” si rivolgeva al superiore, fuori dall’orario lavorativo, su un gruppo whatsapp nato per comunicazioni di natura non istituzionale ma che, specialmente durante il periodo covid, era utile a facilitare le comunicazioni lavorative.

Nello specifico: il militare veniva delegato dal superiore a predisporre una email, corredata da dati tecnici, al fine di trattare una pratica relativa agli alloggi di servizio; da tale vicenda scaturiva una conversazione tramite messaggi whatsapp e, da qui, il messaggio inviato dal militare oggetto di contestazione.

Ebbene, non tutte le esternazioni e le valutazioni lavorative personali possono configurarsi come offese alla dignità del superiore: è necessario in primis contestualizzare le parole e soprattutto valutarle in termini di lesività del prestigio del superiore.

Nel caso di specie, le parole utilizzate dal militare, seppur definite come inopportune, pungenti e oggettivamente inadeguate, secondo il Tribunale possono costituire condotte da stigmatizzare disciplinarmente, ma non integrare estremi di rilevanza penale.

Non è sufficiente, quindi, la “viva forza dialettica”: il Tribunale Militare ha infatti assolto l’imputato con formula piena, perché il fatto non costituisce reato.

Sentenza innovativa, dunque, quella pronunciata in data 29 settembre 2022, capace di invertire quel consolidato orientamento giurisprudenziale che guardava con decisa rigidità all’insieme delle regole poste alla base della struttura gerarchica militare.

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