Con la sentenza n. 95 del 2025, la Corte Costituzionale ha confermato l’abrogazione del reato di abuso d’ufficio, respingendo tutte le questioni di legittimità costituzionale sollevate da numerosi giudici italiani.
Nel 2024 il legislatore ha deciso di eliminare dal codice penale il reato di abuso d’ufficio, sostenendo che la norma era ormai inefficace e produceva più danni che benefici, paralizzando l’azione amministrativa per paura di sbagliare.
Tuttavia, molti giudici (tra cui quelli di Firenze, Roma, Teramo, Locri, Modena, Bolzano e persino la Corte di Cassazione) hanno sollevato dubbi di costituzionalità, ritenendo che l’eliminazione di questo reato:
- violi obblighi internazionali derivanti dalla Convenzione ONU contro la corruzione (UNCAC);
- lasci impunite condotte gravi, come favoritismi in concorsi, assegnazioni irregolari di appalti, concessioni edilizie illegittime e conflitti d’interesse non dichiarati;
- comprometta la trasparenza e la legalità dell’azione amministrativa, ledendo i principi costituzionali di buon andamento e imparzialità della pubblica amministrazione (art. 97 Cost.);
- crei disparità di trattamento rispetto ad altri reati simili che restano puniti, come la turbativa d’asta o l’omissione di atti d’ufficio.
La Corte ha dichiarato inammissibili o infondate tutte le questioni, ritenendo che:
- la scelta di abrogare un reato penale spetta al Parlamento, nell’esercizio della sua discrezionalità legislativa;
- la Convenzione di Mérida (UNCAC) non impone obblighi stringenti di incriminazione dell’abuso d’ufficio, ma solo l’invito a considerare tale reato;
- non esiste un “divieto di regresso” assoluto, e dunque lo Stato può modificare o anche eliminare una fattispecie penale già esistente;
- eventuali vuoti di tutela possono (e devono) essere colmati con strumenti diversi: responsabilità amministrative, contabili, disciplinari, misure preventive e trasparenza interna alla Pubblica Amministrazione.
Una decisione che fa discutere La sentenza chiude formalmente un importante contenzioso costituzionale, ma non spegne il dibattito politico e giuridico.
Molti si interrogano ancora oggi: è davvero una buona idea lasciare senza sanzione penale comportamenti che favoriscono amici, parenti, imprese amiche? La trasparenza è assicurata anche senza questo presidio? In attesa di una riforma organica della materia, il tema resta aperto.