STUDIO LEGALE
SCAFETTA

Io, avvocato di un malato di coronavirus a Roma

avvocato coronavirus

di Michela Scafetta

Ho pensato a lungo sull’opportunità di scrivere questo articolo per due ragioni: la prima di privacy delle persone coinvolte (di cui ovviamente non farò i nomi veri) e la seconda perché non mi andava di scrivere sulle tragedie altrui.

Poi ho pensato che questo racconto potrebbe indicare una via d’uscita a chi si trova nella stessa situazione.

La persona che difendo (non contro lo "Stato italiano" ma contro lo "stato delle cose"), fortunatamente mi ha contattato all’inizio di tutto, in questo modo siamo riusciti ad anticipare i tempi e a risolvere i problemi man mano che si presentavano.

Luca contrae il coronavirus

Veniamo ai fatti. Questa persona, che chiameremo Luca per non rivelare la sua identità, appena si rende conto di poter aver contratto il coronavirus si mette subito in isolamento domiciliare unitamente alla sua famiglia. I soliti sintomi febbre e tosse.

Mi chiama per raccontarmi l’accaduto. Mi aggiorna quotidianamente.

Al terzo giorno di febbre e tosse gli consiglio di rivolgersi al suo medico di famiglia per attivare il protocollo di effettuazione del tampone domiciliare.

È lunedì 9 marzo. Il suo medico avvia la procedura ma a distanza di tre giorni la ASL di zona neppure lo contatta.

Il quarto giorno la ASL gli telefona per sapere se respira bene, in barba al fatto che oramai sono 9 giorni che ha la febbre ininterrotta.

A questo punto gli consiglio di chiamare un medico di fiducia.

Lui chiama un suo amico pneumologo che inizia a seguirlo a distanza, prescrivendogli un antibiotico per coprirlo da possibili infezioni.

La febbre persiste, l’ASL non effettua la sorveglianza attiva.

La prima PEC all'ASL

A quel punto gli consiglio di fare la segnalazione del caso al 118 e al 112 ed inizio a scrivere la mia prima PEC alla ASL.

PEC che non viene riscontrata perché il responsabile, come mi avrebbero detto qualche giorno dopo, è assente dal posto di lavoro per imprecisati motivi personali.

La preoccupazione dei familiari di Luca, padre di due bambini, aumenta.

Lo pneumologo segue Luca costantemente, sentendolo più volte al giorno e gli consiglia di comprarsi un saturimetro per verificare lo stato di ossigeno nel sangue. I giorni passano, la febbre è sempre lì, l'ASL è sempre assente.

A nulla servono le chiamate al 118, al 112 e la mia PEC.

Il venerdì il medico pneumologo consiglia alla moglie di Luca di procurarsi un fonendoscopio per sentirgli il respiro.

Telefonicamente le insegna ad usarlo, facendolo provare prima sulle spalle della figlia di Luca. Il respiro sembra pulito.

Il sabato successivo, dopo 12 giorni di febbre, Luca tossisce sangue. Io a quel punto gli consiglio di richiamare il medico di famiglia per valutare il suo stato di salute.

Il medico arriva con poche protezioni, quasi indifeso contro quel diabolico virus.

Il medico conferma la diagnosi fatta in casa dalla moglie la sera prima: i polmoni non sono intasati, tuttavia sarebbe opportuno un esame radiologico per capire bene la situazione.

Della ASL ancora nessuna traccia. Alle 14,30 del sabato Luca ha ancora febbre.

Il ricovero in ospedale

A quel punto, gli consiglio di imbottirsi di tachipirina e andare in pronto soccorso. Lui va in un ospedale dove lavora un nostro comune amico medico, che lo aspetta dopo aver terminato il turno di lavoro.

Questo medico è stato uno dei suoi angeli.

Immediatamente, gli viene fatta la TAC, esito: polmonite interstiziale bilaterale; subito dopo il tampone: esito positivo. Il giorno dopo Luca viene ricoverato all’ospedale Spallanzani.

Anche il suo ricovero nel nuovo ospedale è complicato. Quel giorno, domenica 15 marzo in tutta Roma c’è una sola ambulanza che sposta i malati infettivi tra i vari ospedali.

Intanto, l'ASL continua a latitare, nonostante le regole della sorveglianza attiva domiciliare.

Il tampone domiciliare ai familiari

La famiglia di Luca è abbandonata a se stessa, con una serie di sintomi tipici del coronavirus, senza sapere se moglie e figli sono positivi o negativi alla malattia.

Quando leggo del numero di morti per questa malattia capisco il perché.

A distanza di 15 giorni, il 17 marzo, la ASL si ricorda del paziente e lo chiama per vedere come sta. Luca, che ormai è ricoverato allo Spallanzani, gli da il mio numero.

Da questo momento entro in gioco come avvocato.

La ASL non vuole fare il tampone alla famiglia di Luca perché loro respirano bene, indipendentemente dalla febbre.

Ovviamente, io chiarisco agli operatori del servizio sanitario i termini della delicata questione anticipata 15 giorni prima via PEC e loro si convincono, la famiglia di Luca dopo due giorni riceve il tampone.

Di lì a qualche giorno l’esito: i figli negativi, la moglie positiva al gene N del virus.

La legge dice che dopo 10 giorni deve rifare il tampone che puntualmente viene effettuato, ma solo dietro mia sollecitazione e minacce di querela.

Il trasferimento presso il centro di quarantena

Le avventure di Luca però non finiscono allo Spallanzani perché dopo aver iniziato la terapia antivirale e dopo aver recuperato buona parte delle sue condizioni fisiche viene dimesso e trasferito in una struttura privata che accoglie i pazienti Covid19 in attesa di tampone negativo.

Luca, accompagnato in questa struttura nella periferia di Roma, viene abbandonato a se stesso.

Acqua sanitaria fredda, non può farsi la doccia (con una polmonite bilaterale interstiziale in corso), acqua da bere poca e razionata (massimo un litro al giorno che per uno che sta facendo una terapia antivirale e che ha sempre sete è davvero grave).

Luca mi chiama ed io inizio a chiamare e scrivere al centro di quarantena ma sembra che nessuno sia in grado di accogliere le mie richieste.

Dietro quelle mura solo trascuratezza, abbandono e disperazione di chi deve combattere contro un virus e contro un sistema che non funziona.

Dopo sei giorni in questa struttura, nessuno gli va a fare il tampone per capire se è negativo per poter tornare alla vita quotidiana.

Il medico presente in struttura, che è quasi invisibile, ogni giorno dice che l'ASL forse sarebbe andata il giorno successivo.

Quando sua moglie mi dice di essere stata costretta ad inviare al marito, tramite corriere, due confezioni d’acqua minerale, la mia rabbia sale a livelli che solo poche persone conoscono.

Inizio a scrivere PEC alla Regione Lazio (che sta sovvenzionando la struttura pagando somme decisamente elevate per ciascun paziente), al Comune di Roma (la struttura è convenzionata con il Comune) e all'ASL di compentenza.

Dopo una serie di email che ipotizzano reati pesanti come il sequestro di persona, vengo contattata da una dirigente dell’ASL che mi dice: “Avvocato, ci dica cosa vuole e lo facciamo, basta che chiudiamo questa storia”.

Da questa lunga chiacchierata emerge che Luca non è mai stato inserito nell’anagrafe dei tamponi.

Né lo Spallanzani né questo centro privato hanno segnalato Luca come bisognevole di tampone.

Delle due l’una: o si sono dimenticati oppure nessuno ha interesse a che Luca facia un tampone e lasci quella stanza che porta nelle casse della struttura un introito giornaliero .

Se Luca non mi avesse incaricato ed io non avessi fatto questo pandemonio di email e PEC, Luca sarebbe rimasto, chiuso in quel posto per un tempo indeterminabile, come sta succedendo agli altri 60 pazienti ivi ricoverati.

In questa struttura c’è gente che attende di effettuare il test da diverse settimane.

Il trasferimento presso una struttura più efficiente

Due ore dopo quella telefonata l'ASL di compentenza rilascia il nulla osta a Luca per andare in un’altro centro di quarantena a sua scelta.

Luca viene prelevato da questo posto terribile e portato da un ambulanza presso un'altra struttura.

Conclusione

Alla fine di questa vicenda ho deciso di querelare i responsabili dei fatti che vi ho raccontato, non lo faccio per Luca, lui adesso è altrove e sta bene.

Lo faccio per tutti quelli che restano lì e che non possono far valere i propri diritti perchè insidiati da questo diabolico virus che li ha condotti nelle mani di gente priva di scrupoli.

Ovviamente l'aspetto più straordinario e tangibile di questa storia è rappresentato dall'enorme impegno e dal sacrificio che i medici, gli infermieri e tutti gli operatori a contatto con i malati stanno dedicando alla tragedia che stiamo vivendo in questi giorni.

Al loro fianco c'è personale dei comparti difesa e sicurezza che, con altrettanti rischi e difficoltà, sta svolgendo l'importantisima funzione di contenimento del contagio.

A questi eroi in prima linea deve essere rivolta la nostra più assoluta gratitudine perchè sono gli unici che, negli ospedali e nelle strade, stanno facendo davvero qualcosa di concreto per combattere e vincere questa terribile emergenza.

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