
Ci sono luoghi che cambiano la percezione del tempo.
Il carcere è uno di questi.
Quando la porta blindata si chiude alle tue spalle e senti il rumore metallico del chiavistello, capisci immediatamente che sei entrato in uno spazio sospeso. Non esiste più il traffico, il telefono che squilla, l’agenda piena di appuntamenti. Esiste solo quella stanza. Spesso senza finestre. Una luce al neon, bianca, fredda. Un tavolo. Due sedie. E una persona che ti guarda come se fossi l’ultima possibilità.
Difendere chi è in carcere non è solo un atto tecnico.
È un’assunzione di responsabilità totale.
Negli ultimi mesi ho trascorso giornate intere negli istituti penitenziari. Ore consecutive senza pausa, senza luce naturale, senza poter interrompere un colloquio delicato. Non perché sia eroismo, ma perché in certi momenti non puoi permetterti di spezzare il filo. Quando stai ricostruendo una strategia difensiva, quando stai raccogliendo dettagli che possono cambiare un destino, quando stai cercando di rimettere ordine nel caos di una vicenda penale, fermarti significa rischiare di perdere qualcosa di decisivo.
La fatica fisica è reale.
Gli occhi che bruciano.
La testa pesante.
Il corpo che chiede una pausa.
Ma la fatica più grande non è quella fisica.
È il peso della libertà altrui.
Un detenuto ti consegna tutto: la propria versione dei fatti, le proprie paure, spesso anche le proprie fragilità più intime. Ti consegna la speranza. E la speranza, quando sei un avvocato penalista, è un bene delicatissimo. Non puoi alimentarla con leggerezza, non puoi spegnerla con superficialità.
Difendere chi è in carcere significa lavorare sapendo che ogni parola scritta, ogni istanza depositata, ogni interrogatorio, ogni strategia processuale può incidere in modo diretto sulla vita di una persona e della sua famiglia. Dietro ogni fascicolo non c’è solo un imputato. Ci sono genitori, figli, compagni, storie interrotte, lavori perduti, dignità ferite.
C’è anche un’altra dimensione, meno visibile ma altrettanto impegnativa: la solitudine del difensore.
Perché quando esci da quell’istituto e la porta si richiude alle tue spalle, il detenuto resta dentro. Tu torni alla tua vita, ma con addosso la consapevolezza che qualcuno, in quel momento, sta contando le ore su un letto di ferro.
L’avvocato penalista non è un giudice. Non è chiamato a condannare o ad assolvere. È chiamato a garantire diritti. E tra questi, il più importante è il diritto alla difesa. Anche – e soprattutto – quando l’opinione pubblica è pronta a etichettare, a giudicare, a semplificare.
La difesa non è un favore.
È un presidio di civiltà.
Ogni volta che entro in carcere ricordo a me stessa che sto svolgendo una funzione costituzionale. L’articolo 24 della Costituzione non è una formula astratta: è una promessa concreta di tutela. E quella promessa passa anche attraverso quelle stanze senza finestre, sotto quella luce artificiale, tra quelle mura spesse.
Ci sono giorni in cui la stanchezza è profonda. In cui ti chiedi se riuscirai a reggere ancora quel livello di pressione. Perché la responsabilità è continua, non si spegne la sera. Ti accompagna a casa, negli occhi rossi, nel silenzio della notte, nella sveglia che suona troppo presto per ripartire verso un’altra città, un altro interrogatorio, un’altra battaglia.
Eppure, nonostante tutto, c’è un momento che ripaga ogni fatica.
Quando una misura cambia.
Quando una decisione riconosce un diritto.
Quando una persona può rivedere uno spiraglio di luce.
In quel momento comprendi perché fai questo lavoro.
Non per le aule affollate.
Non per le formule solenni.
Ma per quel frammento di libertà riconquistata.
Difendere chi è in carcere significa accettare di portare sulle proprie spalle un peso enorme. Significa entrare in luoghi difficili e uscirne più consapevoli. Significa ricordare ogni giorno che la giustizia non è solo punizione, ma equilibrio, garanzia, dignità.
È un lavoro duro.
È un lavoro che logora.
Ma è anche uno dei modi più concreti per dare senso alla parola “avvocatura”.
E per me, oggi più che mai, non è semplicemente una professione.
È una scelta.
È una missione.



… le sue parole, le sue impressioni tecniche, le “sensazioni umane” entrano nel cuore… E lasciano il segno… La liberta’ e’ un BENE e un VALORE per l’individuo, che troppo spesso diamo per “scontato”… Una “misura di civilta’ ” a cui molto spesso non riconosciamo il Suo peso… Con la Sua Vita, Lei insegna…. In silenzio!! Lei rende veramente onore alla toga che indossa!! Ne sia fiera!!!!